PICCOLO DIZIONARIO PER PARLARE CON I CANI

Avere il controllo dei propri mezzi per “comunicare ” e quindi farsi capire o rispettare, o meglio ancora il saper “sintonizzare ” il proprio linguaggio con l’altro regolandosi su un “buon ascolto ” appare più evidente se il soggetto della comunicazione (l’altro) è di diversa natura, mi riferisco in questo caso agli animali ed in particolare al cane.

Chiunque abbia avuto l’occasione di condividere un certo tempo con un cane sa che la comunicazione tra gli umani ed i cani è possibile. Ma la precisione della comunicazione e la comprensione reciproca approfondita hanno bisogno di compilatori che “traducano” la nostra lingua nella loro e ci consentano di capire con sufficiente precisione cosa i cani ci vogliono dire e come.

Una prima evidenza cruciale va tenuta presente: gli esseri umani dispongono di un linguaggio simbolico che permette la meta-comunicazione (parlare della comunicazione), mentre i cani no. Questa è una differenza sostanziale che va sempre tenuta presente: noi possiamo passare ore a discutere se quello che mi hai detto aveva proprio quell’intenzione mentre per i cani questo doppio livello dialettico non ha alcun significato.

La comunicazione umana viaggia su due livelli : il contenuto esplicito (il verbale) e il “supporto” su cui la comunicazione si appoggia (non verbale e paraverbale). Sappiamo ormai con certezza che l’efficacia della comunicazione tra umani è a vantaggio del secondo aspetto (non verbale e paraverbale) e che, in caso di incongruenza, l’umano spontaneamente dà credito al non verbale.

La comunicazione con i cani è quindi affidata totalmente al non verbale : i cani sono eccellenti decodificatori del nostro non verbale, molto più acuti di noi. Il luogo comune dei cani che “sentono” il nostro stato d’animo non è privo di verità: la loro capacità di leggere anche i minimi segni che inviamo, unita ad un senso dell’olfatto sviluppatissimo che li porta a rilevare tutti i segnali chimici connessi ai nostri stati d’animo, li rende eccellenti interpreti della nostra razza.

Noi umani comunichiamo tra noi su tutto lo scibile, dall’ultimo abito di moda alla teoria della relatività. I cani comunicano tra loro sulla base di altri interessi e di una diversa scala di valori. Non dimentichiamo infatti che c’è una discendenza diretta del nostro attuale cane familiare dai lupi. I lupi sono canidi sociali che vivono in branco e sono predatori normalmente di animali di dimensioni ragguardevoli rispetto alla mole del singolo individuo. Questo ha portato la specie ad acquisire una comunicazione estremamente efficace interspecie per tutto quello che concerne la vita sociale, in modo da poter vivere in gruppo senza uccidersi reciprocamente, da poter cacciare in accordo con gli altri membri e da poter allevare la prole con successo.

Sappiamo molto della comunicazione interspecie grazie agli studi effettuati sui lupi, sia in cattività sia allo stato libero. I nostri cani, pur essendo perenni “lupi bambini” (neotenia) sembrano ancora perfettamente in grado di comunicare con i loro progenitori, pertanto è possibile supporre che i codici comunicativi che valgono per i lupi siano altrettanto efficaci nella nostra ricerca di un “dizionario” per comunicare coi nostri cani domestici.

Il messaggio fondamentale per un canide sociale predatore è dato dalla struttura gerarchica del gruppo nel quale è inserito. Al di là di tutte le considerazioni anche etiche, più o meno corrette, che lo studio dei branchi ha evidenziato, in questo tipo di società è fondamentale per ogni individuo conoscere quale è l’organizzazione operativa dei membri, a chi si deve fare affidamento in caso di emergenza, quale è il posto che ogni singolo occupa, quali sono i suoi “diritti e doveri “. E se questa può sembrare tematica da poco, non dimentichiamoci che la finezza in questa comunicazione significa la salvezza della specie : se infatti non fosse chiaro (e ritualizzato) se il comportamento che il singolo agisce è per gioco o serio, questi animali in breve si ucciderebbero tra loro.

I cani probabilmente vivono con noi da circa 15.000 anni: in termini evolutivi questo è un tempo abbastanza breve per aver cambiato drasticamente il sistema comunicativo di base. Ciò significa che, pur in una organizzazione ambientale profondamente differente, i nostri compagni canini hanno ancora fortemente bisogno dei punti di riferimento che in natura hanno consentito loro il mantenimento della specie. Provate ad immaginarvi di essere un cane di famiglia : siete totalmente dipendenti dalla volontà di un essere di un’altra specie per tutte le esigenze primarie (mangiare, bere, dormire, evacuare etc.), venite “sballottati” da un luogo all’altro (casa, macchina, vacanze etc.) senza sapere dove venite portati, quanto tempo durerà, venite lasciati soli per non sapete quanto…. Senza entrare troppo nella discussione in corso tra studiosi che oppone coloro che ritengono che il cane di famiglia identifichi i suoi conviventi umani come parte del suo branco o meno, è abbastanza chiaro quanto sia importante per il nostro cane capire come è fatta l’organizzazione sociale in cui è inserito.

E qui sorgono i primi “effetti false friend “: noi umani, inconsapevolmente, mandiamo segnali al cane che, nella sua “lingua”, hanno un significato profondamente diverso dalle nostre intenzioni. In più, per noi umani sono fondamentali alcune risposte dal nostro cane di famiglia che talvolta (o spesso) per lui non hanno alcun significato, se non peggio, quando sono in aperto contrasto con la sua natura.

Il dilemma non è insolubile come sembra; è fondamentale però, a mio parere, convincersi di un presupposto. Siamo noi umani a dover fare il primo passo (e lo sforzo) di imparare la lingua dei cani prima di pretendere che loro imparino la nostra.

E l’unica strada percorribile che finora sembra aver dato grandi risultati è quella che passa per lo studio accurato della grammatica e della sintassi del linguaggio dei canidi sociali (lupi e cani) e dell’ambito di applicabilità, oltre alla profonda comprensione delle “ragioni d’essere” della razza . Solo in questo modo, seppur con uno “slang ” non sempre corretto, ci sarà possibile avviare un “tavolo di comunicazione ” con i nostri cani famigliari e pensare poi ad insegnare loro, almeno parzialmente, il nostro modo di comunicare.

La bibliografia in merito è vasta e un articolo non può certamente coprire tutti gli aspetti della comunicazione; certamente però alcune macro indicazioni possono essere utili a livello generale, lasciando al singolo l’approfondimento e, soprattutto, la ricerca del senso che muove il cane e gli fa agire un certo comportamento (motivazione).

La prima macroindicazione che ci sembra fondamentale per chiunque condivida la vita con un cane riguarda i principali segnali che il cane interpreta per chiarirsi la struttura sociale del branco familiare in cui è inserito. La figura di riferimento di un branco di canidi (o leader o capobranco) ha la gestione delle risorse critiche, gode del rispetto di tutti i membri del branco e funge da garante della sicurezza .

Questo si sostanzia, tra le altre cose, in:

  • Priorità nell’accesso alle risorse quali cibo, posizioni critiche, priorità nei saluti.
  • Controllo accessi e presenza in caso di allarme.
  • Determinazione della direzione da seguire.

Se traduciamo questo in comportamenti e relazioni sociali tra cane di famiglia e uomo ciò significa:

  • Chi mangia per primo (quanti cani ricevono il cibo prima che noi ci sediamo a tavola?
  • Chi dorme sui luoghi alti e comodi (divani, letti etc.).
  • Chi decide quando iniziano e finiscono i cerimoniali di saluto e i giochi (quanti padroni, appena arrivano a casa, salutano con feste i propri cani che li hanno aspettati a casa tutto il giorno?).
  • Chi controlla i passaggi critici (soglie, passare per primo dalle porte etc.).
  • Chi stabilisce se un evento è pericoloso per la salvaguardia del branco (quanti cani “difendono” aggressivamente il proprio territorio, la propria macchina, la propria ciotola?)

Noi umani diamo un significato a certe azioni (es. al cane viene dato da mangiare prima della cena di famiglia in quanto è più agevole per chi prepara) che però, nel linguaggio del cane, significano ben altro (effetto false friend). Per il cane è geneticamente fondamentale leggere la relazione gerarchica del suo branco e, ove non riconosce un leader che chiaramente agisce come tale, in mancanza d’altro si arroga il difficile compito da agire da sé questo ruolo. E, lui si, si comporta di conseguenza.

E’ però fondamentale precisare che queste indicazioni sono standard e non possono né devono essere applicate sempre ed alla lettera : ci sono infatti cani con caratteri molto decisi che hanno bisogno di compagni umani chiari e con modalità di comunicazione senza eccezioni, ma non dimentichiamo che la maggior parte dei nostri cani, soprattutto se vivono con noi da quando sono cuccioli, non hanno necessità che venga loro ricordato, in ogni istante, chi è la figura di riferimento. Di solito lo hanno appreso perfettamente e solo in alcuni casi, o in certi periodi della loro maturazione (periodo giovanile, paragonabile grossolanamente alla “crisi” adolescenziale degli umani) è necessario ricordarlo loro. Quello che però è indispensabile con ogni cane, indipendentemente dal carattere e dal momento di vita è la coerenza non solo personale (se il cane non può salire sul divano non può farlo mai, anche quando siamo depressi e abbiamo bisogno di un ammasso di pelo su cui piangere) ma di tutti i membri della famiglia in cui è inserito , onde evitare che con alcuni il cane pensi di potersi comportare diversamente (tipico è il caso in cui il cane non ringhia agli adulti quando gli chiedono di lasciare loro una preda che ha in bocca mentre la stessa richiesta, fatta dal bambino, fa apparire ringhi di avvertimento se non dimostrazioni di intolleranza). Ecco allora spiegati molti comportamenti che spesso i proprietari non riescono a interpretare: cani che ringhiano se si prova a toglier loro la ciotola o un gioco o a farli scendere dal divano, cani che “pizzicano” i bambini che li stanno torturando da ore etc.

E’ necessario sottolineare che il rispetto del cane va raggiunto attraverso la nostra dimostrazione, nella sua lingua, di autorevolezza ; l’autoritarismo, soprattutto se condito dalla violenza, porta solo ad avere un animale che non ci capisce e che basa la sua relazione con noi sulla paura e non sul rispetto. Ricordiamoci inoltre che, proprio osservando il comportamento di cani e lupi, sappiamo che la violenza, fine a se stessa, non viene praticamente mai agita : questi animali infatti, tra loro, esprimono comportamenti che noi umani definiamo spesso “aggressivi” (tipico il caso della zuffa tra cani al parco) ma che in realtà, se noi non interveniamo, difficilmente hanno esiti nefasti. I cani infatti sono ottimi “attori” : la loro comunicazione è fortemente ritualizzata e molto espressiva ma risponde all’esigenza naturale di evitare il più possibile di produrre danni in quanto un animale ferito, in natura, è maggiormente a rischio sopravvivenza.

A questo vanno aggiunti altri 2 elementi:

  • Spesso ai cani chiediamo di agire comportamenti che vanno contro le loro ragion d’essere.
  • Non leggiamo correttamente i segnali non verbali che i nostri cani ci mandano di continuo, (posizione delle orecchie, della coda, postura, vocalizzi, direzione dello sguardo, calming signals etc.) fino al punto che, alcuni cani, disimparano ad agirli a forza di non essere compresi.

Non dimentichiamoci che le razze canine sono un’operazione genetica totalmente umana, nata con lo scopo di elevare al massimo alcuni tratti somatici e caratteriali propri di alcuni individui. E’ allora quantomeno bizzarro pensare che tanto lavoro è stato fatto per garantire ad un animale un’eccezionale capacità di stanare piccole prede da cunicoli strettissimi e stupirsi poi se, istintivamente, rincorre e cerca di catturare il coniglio di casa o il gatto o il jogger che incontra al parco.

La nostra fortuna è che i cani sono decisamente interessati ad adottare atteggiamenti di buona convivenza: ciò rende possibile, attraverso un lavoro di comprensione e di educazione, spiegare loro che alcuni “automatismi ” non hanno ragion d’essere e che il jogger di turno non è una preda da catturare. Inoltre la nostra sensibilità e preparazione nel capire il linguaggio non verbale del cane è spesso decisamente insufficiente: non basta più, oggi,  “aver avuto cani da sempre” per saper leggere il loro modo di comunicare, soprattutto in una realtà sociale come la nostra dove al cane sono richieste “prestazioni quotidiane” fuori dalle sue caratteristiche.

Ricordiamoci inoltre che dietro ad ogni segnale non verbale che il cane invia c’è una motivazione , uno stato interno che lo porta ad esprimere quel determinato insieme di comportamenti. Non esiste quindi, a puro titolo di esempio, una spiegazione unica per un cane che abbaia e si agita quando, al guinzaglio, incrocia altri cani per strada : la ragione per cui agisce quell’insieme di comportamenti non è univoca e solo uno specialista di comportamento canino è in grado, osservando l’evento nel suo insieme, di capire se la reazione è data da paura o da bullismo, da sfida o come segnale di avvertimento o altro. Certo molti proprietari hanno acquisito, nel tempo e con l’affetto, una certa sensibilità all’argomento anche se, soprattutto in caso di comportamenti che noi umani definiamo “patologici” le nostre reazioni istintive sono quasi sempre controproducenti e foriere di peggioramenti del sintomo che non ci piace (tipico è il caso, nella situazione citata, del proprietario che sgrida il cane alzando la voce o che lo trascina, forzando il collare, via dall’altro cane o che si irrigidisce non appena, in lontananza, vede apparire un cane).

La convivenza con un animale è una responsabilità che, una volta assunta, è per la vita: siamo “fortunati” se il nostro cane sarà quel meraviglioso peluche da cartone animato che abbiamo sempre sognato ma in caso contrario sarà sempre nostro dovere non sottovalutare la situazione e rivolgerci, come faremmo per un umano, a uno specialista serio e preparato che ci possa spiegare le ragioni e indicare le strategie migliori per garantirci un rapporto sereno ed equilibrato. Tutto ciò senza dimenticare, però, che il cane, splendida creatura che ci può dare tanto affetto e tanta gioia, è un cane e come tale ha diritto a vivere la sua “caninità” senza dover diventare un soprammobile animato che vive rinchiuso in 4 mura (anche se di un castello) e vede la luce e l’aria aperta 3 volte al giorno, giusto per un veloce giretto per fare i bisognini!

E’ necessaria quindi tanta pazienza, la voglia di imparare (i veterinari e magari un buon educatore di riferimento sono un aiuto fondamentale) e tanta modestia nel porsi in rapporto con un essere diverso da noi ma profondamente complesso ed affascinante.

A cura di Simona Manetti
Educatore cinofilo APNEC